L’importanza dei “numeri” per un Professionista - Alessandro Principali

L’importanza dei “numeri” per un Professionista

“Oh, ma la prof che fine ha fatto?”
(sottofondo di bordello allucinante e astucci che volano)

“AHAHAHAHAHA!!! Ma che ne so, scommetti che sta in bagno a fumà?!?”
(urla e applausi d’approvazione)

“Annamo a vedè!”
(rumore fragoroso di adolescenti galoppanti che strabordano fuori dall’aula come una mandria imbizzarrita)

Sgnieeeeeekkk
(rumore di porta di bagno liceale che si apre).

“A professorèè ma che sta fa’!?!?!
(risate e schiamazzi e boati entusiasti)

“Andate via! Rientrate in classe!!!”
(voce stridula di donna matura colta in flagrante alla finestra del bagno con sigaretta fumante in mano)

Hai appena letto il copione di una scena vera.

La mia prof di matematica era una scapestrata.

Durante le sue lezioni, spesso con una scusa (“voi finite l’esercizio, io vado a dire una cosa al Preside”), si infilava in bagno a spipacchiare alla finestra come una sedicenne.

Era simpaticissima, ma non certo quel genere di educatrici che vengono descritte nei manuali.

Però potevo capirla.
In fondo, della sua materia non importava niente a nessuno, se non a qualche sparuto valoroso.

Ho fatto il liceo classico, in un istituto che all’epoca era considerato uno dei più blasonati.
Rigido, severo, selettivo e conservatore, dicevano.

Lo era.
Sezione più, sezione meno, professore più, professore meno.

Ma su una cosa era uguale a tutti i licei classici della galassia.

La matematica non contava un catzo.

Vagonate di ore di greco, latino, italiano, filosofia, storia.
I professori che insegnavano quelle materie erano alteri e temuti, rispettati e autorevoli (se non a volte autoritari).

I poveri cristi che insegnavano matematica e fisica, invece, dal basso delle loro pochissime ore settimanali, contavano ai nostri occhi come il due di denari quando comanda bastoni.

Non era una questione personale.
Era proprio una questione strategica: un brutto voto in matematica era considerato, nel sentire comune, un male quasi fisiologico (“d’altra parte, sei al classico!”), mentre un brutto voto in greco poteva significare ripetere l’anno.

Quindi, perché “sprecare” ore a studiare quelle materie quando potevi impiegarle in modo più strategico a ripassare greco o latino?

Peccato, perché fino alle scuole medie, in matematica ero piuttosto bravo, e mi piaceva pure.
Poi i cinque anni di liceo classico e un’università a indirizzo umanistico, hanno schiacciato sotto una coltre di polvere tutte le mie propensioni al calcolo e al far di conto.
Le cose, però, cambiano durante la mia carriera professionale, in particolare quando inizio a lavorare nelle Risorse Umane.

Obiettivi, incentivi, bonus, MBO, compensi, offerte di retention, fringe benefit, tassazioni, …

Ci sono tantissimi aspetti in quel lavoro che ruotano intorno ai numeri.

Così sono costretto a togliere con la mano quello strato di polvere depositato sulle mie capacità aritmetiche, e tornare a far girare la macchina.

E per la prima volta devo anche affrontare seriamente un mostro che fino a quel momento avevo sempre accarezzato ogni tanto ma senza mai scontrarmici per davvero: Il Cavaliere Nero, Microsoft Excel.

Non certo un amore a prima vista.
Poi col tempo iniziamo a conoscerci e anche a flirtare.

Non finisce lì.

Tempo dopo sono a Sydney, e stavolta lavoro nel Marketing.

Ecco di nuovo che tornano alla ribalta quei buffi segni grafici di origine araba con tutte le loro bislacche implicazioni.

Tassi di conversione, quote di conquista, market share, indici di fidelizzazione, proiezioni di breve-medio-lungo termine, costi del venduto, costi fissi e variabili, margini, …

Sono pure il responsabile di tutta quella roba lì.

Per fortuna nel mio team c’è Simon.

Simon è australiano giovane, bonario e leggermente in sovrappeso che ha un dono venuto dal cielo: conosce e governa Excel come l’avesse programmato lui stesso.

È tecnicamente un mio “sottoposto”, per dirla alla maniera fantozziana, ma decido di affidarmi a lui come uno scolaretto alla prima lezione.

Mi faccio insegnare tutto quello che posso.

Il ragazzo è capace di manovrare una quantità di fogli di calcolo tutti connessi fra loro che sembra di vedere il capitano Kirk al comando dell’Enterprise.

A me viene il mal di testa solo a vederlo saltare da una formula all’altra, ma allo stesso tempo sono affascinato.

Pur avendo imparato tanto da Simon, arrivo a conoscere sì e no lo 0,1% del suo sapere, e credimi è già tanto.

Da quel momento non ho mai smesso di considerare Microsoft Excel, che un tempo lontano era mio acerrimo nemico, uno dei miei più importanti alleati.

Oggi stesso non potrei muovere un passo in maniera sensata senza averlo al mio fianco come un fido scudiero.

Indipendentemente dallo strumento prescelto…

…può un Professionista oggi lavorare senza uno strumento in mano che lo aiuti a controllare i suoi numeri?

Risposta secca: NO.

O meglio, può farlo.


Ma equivarrebbe a girovagare per l’oceano con una barca sperando che il buon Dio non gli butti addosso tempesta.


Per carità, magari ti dice culo…

Ma magari no.


Non importa quale sia il tuo strumento.

[Ho citato Microsoft Excel perché personalmente lo ritengo uno strumento potentissimo, anche se lo usi solo all’1% del suo potenziale].


Ma puoi usare quello che vuoi.


Il punto cruciale è che se vuoi portare avanti un business in maniera oculata, non puoi prescindere dal mantenere il comando dei tuoi numeri.

  • Devi sapere quanto margini sul tuo fatturato.
  • Devi sapere quanta cassa hai oggi e quanta ne avrai domani.
  • Devi sapere quanto puoi investire in marketing per acquisire clienti senza rimanere scoperto.
  • Devi sapere se puoi permetterti di andare anche in perdita su certi servizi perché conti di guadagnare dopo.
  • Devi sapere quanto ti costa ogni progetto, in modo fisso e in modo variabile.
  • Devi sapere dove e come il tuo business può essere scalabile.


Certo, c’è il commercialista, e in parte dovrebbe aiutarti lui a lavorare sui tuoi numeri.


Ma sappiamo tutti perfettamente che questo non avviene quasi mai.


Un po’ perché il commercialista se ne frega, e un po’ perché magari non lo metti nemmeno nelle migliori condizioni per farlo.

Commercialista o meno (che comunque non può limitarsi a dirti a fine anno quanto devi pagare di tasse, altrimenti non fa il consulente, fa il “contafagioli”), il primo a dover avere il controllo sui numeri devi essere tu.


Per fare il vero salto di qualità, bisogna assumere le redini del proprio business dal lato dei numeri.


Ora, non voglio fare il fenomeno.

Io stesso tutt’oggi continuo a cambiare qualcosa nel modo in cui monitoro l’andamento dei miei numeri.


Perché continuamente mi accorgo che posso fare meglio, che posso andare più a fondo, che posso fare uno zoom su aree che prima tralasciavo.


Ma una cosa che mi sono imposto da tempo è che, ne bene e nel male, non devo aver sorprese.


Devo essere io a fare le sorprese ai miei numeri, mai viceversa!

Non ci crederai, ma tantissimi Professionisti con cui parlo non sanno rispondere nemmeno a una domanda semplice come: “Quanto hai fatturato l’anno scorso?”

Se oggi senti di non avere questo controllo, voglio darti due notizie, una buona e una cattiva.

La cattiva è che all’inizio, metterci mano è una rottura di scatole senza eguali.
Ti sembrerà di dover scalare una montagna insormontabile.

La buona notizia è che, una volta preso il via, non solo ti verrà sempre più facile, ma inizierà a divertirti terribilmente.

Perché avere il potere di farti confessare dai numeri quello che vuoi tu, è davvero sfizioso.

Tu gli dici:

“Ditemi che proiezione di margini possiamo preventivare nei prossimi 3 anni!”
E loro rispondono
“Subito, ecco a Lei!”

Battute a parte.
Il compito della settimana è questo.

Datti un voto da 1 a 10: quanto pensi di avere controllo oggi sul modo in cui girano i tuoi numeri?

1 vuol dire “per niente” e 10 vuol dire “controllo completo”.

Se la risposta è inferiore a 7, hai appena trovato il tuo prossimo obiettivo per l’estate.

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